Cronaca di un disastro sportivo annunciato

Il 9 luglio 2006 l’Italia saliva sul tetto del mondo dopo aver battuto la Francia ai calci di rigore, conquistando così il suo quarto mondiale; una squadra, quella guidata dal ct Lippi, composta da campioni affermati come Nesta, Cannavaro, Buffon, Totti, Pirlo, Del Piero, Materazzi, Zambrotta, Gattuso, Inzaghi a cui si aggiungevano gli emergenti De Rossi, Gilardino e Perrotta, oltre ad ottimi giocatori all’apice del loro momento come Grosso e Toni. Un gruppo in grado di non farsi distrarre dal più grande scandalo della storia sportiva italiana (Calciopoli) e di dimostrare di essere una vera squadra, capace di soffrire e colpire nei momenti giusti. Da quella fatidica notte paradossalmente è iniziata l’agonia del calcio italiano: nell’arco di 10 anni, infatti, ben 5 allenatori sono stati chiamati a rifondare una nazionale che ha visto dissipare l’enorme patrimonio tecnico, diventando una nazionale di serie B.

Tutti abbiamo visto cosa è successo: con Donadoni, un’Italia non apertamente in crisi venne eliminata nell’Europeo del 2008 ai quarti di finale da una Spagna prossima a dominare la scena nei successivi 6 anni; la Federazione non esitò a cambiare il tecnico bergamasco, aprendo la strada al ritorno di Marcello Lippi che acuì la crisi scegliendo giocatori sul viale del tramonto come Cannavaro o Camoranesi e giocatori reduci da un’annata orribile, puntando sulla loro voglia di rivalsa. Il pessimo mondiale disputato dagli azzurri, che non riuscirono a qualificarsi agli ottavi nonostante un girone con Nuova Zelanda, Slovacchia e Paraguay, sancì la fine di Lippi come commissario tecnico, il quale si prese le sue colpe ma non ci fu alcuna rivoluzione.

L’avventura con Prandelli diede l’illusione di un vero ricambio generazionale, conquistando un ottimo secondo posto all’Europeo del 2012, macchiato dall’umiliazione in finale per mano della Spagna, dovuta alla scelta discutibile di affidarsi agli stessi giocatori che avevano battuto la Germania 3 giorni prima, nonostante molti non fossero fisicamente a posto. Due anni più tardi, l’ennesima debacle in Brasile, con gli azzurri usciti nella prima fase dopo le sconfitte con Costa Rica ed Uruguay ma che portò ad un cambio ai vertici della FIGC, con Tavecchio che scelse Antonio Conte per la rinascita della nazionale. L’esperienza con il tecnico ex Juventus fu positiva, tenendo conto che la squadra dal punto di vista qualitativo era una delle peggiori ma fu in grado di battere la Spagna e di dare del filo da torcere alla Germania laureatasi campione del mondo due anni prima.

L’esperienza di Giampiero Ventura, visti i risultati, può essere considerata come il punto più basso toccato dal calcio italiano. L’eliminazione per mano di una Svezia non irresistibile, dopo che nei gironi di qualificazione l’unico avversario di valore era la Spagna mentre le altre concorrenti erano Albania, Macedonia, Israele e Liechtenstein, certifica la mancanza di personalità e di caratura internazionale dei giocatori italiani. Questo è un problema che il calcio italiano si porta dietro dal 2006: i sostituti dei vari campioni che hanno fatto gioire una nazione intera non hanno militato nelle grandi squadre, se non per qualche breve periodo e mai come protagonisti indiscussi.

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Da chi è composta attualmente la nazionale italiana? Osservando la formazione scesa in campo ieri contro la Svezia, vediamo che i giocatori ad aver vinto un campionato e ad aver giocato stabilmente nelle competizioni europee sono soltanto 6: Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Marchisio e Verratti. Il resto, fatta eccezione per Insigne e Florenzi che meriterebbero maggior spazio in nazionale, si tratta di giovani promesse o buoni giocatori ma privi di quella caratura internazionale necessaria ad imporsi fuori dai confini italiani e nonostante ciò per i loro cartellini vengono chieste cifre folli come se fossero top player. Da almeno un paio di anni, infatti, stiamo assistendo ad un vergognoso aumento dei prezzi dei giocatori, i quali il più delle volte si rivelano inadeguati per le grandi squadre, finendo con l’abbassare il livello tecnico delle big della serie A, tanto che, fatta eccezione per la Juventus, per trovare una squadra giunta in finale in una competizione europea, bisogna tornare indietro al 2010, quando l’Inter conquistò il Triplete. Molto spesso si dice che la causa di questo crollo sia dovuto all’eccessiva presenza degli stranieri ma non è che una misera giustificazione per le vere cause di questo crollo. Quando squadre come Inter, Milan, Roma e Juventus si qualificavano stabilmente in Champions League, erano comunque numerosi i giocatori stranieri nel nostro campionato, così come lo erano nel 2006 e nel 2010.

Ciò che è cambiato, in questi anni, è la qualità dei giocatori. Le società senza grandi risorse finanziarie in questi anni hanno optato (con alcune eccezioni) per l’abbandono del mercato italiano, compreso il vivaio, ritenendo i giovani italiani inaffidabili per raggiungere obiettivi come la salvezza o la qualificazione in una competizione europea, concentrandosi sul mercato estero nella speranza di trovare quel giocatore emergente in grado di assicurare grandi guadagni in poco tempo. Se fino a 5 anni fa ciò era possibile, nonostante i prezzi iniziassero a gonfiarsi per via delle enormi risorse finanziarie giunte con l’arrivo degli sceicchi, oggi nessun grande club sarà mai disposto ad offrire una cifra folle per un giocatore reduce da un’ottima stagione, se non in sporadici casi. I risultati di questa scelta, seppur legittima, li vediamo oggi: il campionato italiano è sempre meno competitivo, con 5 squadre che viaggiano ad una media punti e goal segnati doppia rispetto alle altre squadre, ma in Europa non riescono a competere contro colossi come Real, Barcellona, Manchester City o Bayern, mentre la nazionale italiana, dopo gli addii dei senatori, avrà un solo giocatore di grande esperienza a livello europeo, ovvero Marco Verratti, emblema della miopia e del pregiudizio di una categoria di allenatori che in Italia ancora spopola.

Prendendo spunto dal caso Verratti, è giusto indicare anche nei tecnici italiani la causa del crollo del calcio italiano: la maggior parte di essi, infatti, appartiene ad un mondo calcistico distante anni luce da quello attuale, incapace di migliorare qualitativamente i giovani italiani. Se da una parte danno (giustamente) grande importanza alla tattica, dall’altra è assai raro che reinventino il modo di giocare di un calciatore. I risultati poi si vedono in ambito internazionale: l’Italia non può contare su terzini di spinta né su esperti sui calci piazzati (l’ultimo vero specialista è stato Andrea Pirlo) né su giocatori in grado di saltare l’avversario e creare superiorità numerica, tranne Insigne che però viene relegato in panchina anche quando dovrebbe entrare.

La Federazione non è esente da colpe, in quanto principale responsabile della scelta del ct. Le dimissioni di Ventura sono un atto dovuto, anche se questi ovviamente sta facendo il possibile per non essere additato come l’unico responsabile di questa catastrofe sportiva. E’ giusto che paghi per le sue scelte disastrose ma non deve essere un capro espiatorio: considerato lo stato in cui versa la serie A, sarebbe quantomeno doveroso un repulisti generale ai vertici della FIGC, in primis chi è attualmente presidente, avendo scelto personalmente Giampiero Ventura e non avendo fatto nulla di concreto dopo l’allarme lanciato (con termini da censura) 3 anni fa sul decadimento del nostro campionato. Perché questi problemi non hanno avuto origine 5 anni fa bensì ce li portiamo dietro da almeno un decennio ed in questo lasso di tempo in molti si sono dilettati nel dare la caccia al commissario tecnico di turno.

 

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Autore

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Angelo Mandarano

Laureato in lingue per la mediazione linguistica, amante di storia e letteratura cinese.
Interista grazie a mio padre, sogno di vedere un’Inter leggendaria come quella di Mourinho.